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Uova Un piccolo pollaio, segatura, erba, pane, cereali e acqua. Uscita regolare all'aperto e tanta semplicità per qualche uova al giorno.
Quando lui era bambino, davanti alla stalla delle mucche
ormai in disuso, c’era un bel pollaio dove le galline si godevano pacificamente
la giornata. In cambio davano al loro padrone delle uova. Ogni giorno la nonna
ne poteva recuperare dieci. Poche le vendeva ai vicini, molte le mangiava lei e
la numerosa famiglia. C’erano delle giornate in cui erano solo otto: “ma chi
sarà quell’oca che non fa l’uovo?” si domandava lei. Poi
Allora le uova erano anche l’unica fonte di proteine a cui si poteva attingere quotidianamente. La carne era riservata alle feste, alle domeniche e agli eventi particolari. Certo c’erano piselli, fagioli e altre leguminose, ma la carne rossa era merce rara. Ogni tanto qualche gallina bollita, oppure i conigli nostrani, allevati dal nonno. Pesce? Alle nostre altitudini non è mai stata tradizione. Soia? Tofu? Seitan? Non si conoscevano ancora simili prodotti. Questi sono tempi passati. Per molti anni il pollaio si è trasformato in deposito per legna, vasi di fiori, rifiuti, eccetera. Oggi, forse sospinte dalla “grande crisi” di cui tutti parlano, le galline sono tornate in quel pollaio, diligentemente riparato e adattato a respingere gli attacchi della faina, delle volpi, delle martore e di qualche altro animale (a quattro o due zampe) che possa in qualche modo perturbare il tranquillo soggiorno delle galline. Oggi come allora le galline mangiano erba, granaglie, pane (“ol páston”). Oggi come allora fanno le uova che il nipote vende con orgoglio al negozietto del paese. La bottega era scomparsa, ma è poi rinata pure lei, proprio come le galline del paese.
Ul sciür (Articolo apparso su "L'amico dell'anziano", luglio 2009)
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